Teatro Stabile, Slc Cgil: “Bene l’approccio internazionale, ma senza marginalizzare artisti e lavoratori siciliani”.

Un Teatro Stabile capace di aprirsi alla scena nazionale e internazionale senza perdere il suo legame con Catania e la Sicilia, garantendo opportunità concrete ad artisti, tecnici e lavoratori dello spettacolo del territorio. È quanto chiede la SLC CGIL di Catania, che per bocca di Cristina Squillaci, segretaria provinciale della SLC CGIL Catania e Daniele Caruso, responsabile Dipartimento Artisti, esprime “crescente preoccupazione” per le linee artistiche e produttive della nuova stagione e sollecita un confronto con la governance dell’Istituzione. La SLC CGIL chiede quindi un confronto con il presidente, il CdA e la direzione del Teatro Stabile per conoscere nel dettaglio il progetto artistico, produttivo e occupazionale della nuova governance.

Il sindacato dei lavoratori della comunicazione non mette in discussione il valore dei grandi artisti presenti nel cartellone né l’apertura nazionale e internazionale dello Stabile, ma pone il tema delle ricadute sul sistema teatrale siciliano. “La stagione 2025/26 contava 14 produzioni targate Teatro Stabile di Catania, mentre la nuova programmazione appare caratterizzata da un maggiore ricorso a coproduzioni, collaborazioni e produzioni esterne. – spiegano i rappresentanti dei lavoratori- Da qui la richiesta di conoscere quali opportunità saranno riservate ad attori, registi, autori, tecnici e alle altre professionalità siciliane”.

Per la SLC CGIL, infatti, una produzione o coproduzione dello Stabile non equivale automaticamente a una valorizzazione del territorio: occorre misurare quante opportunità di lavoro, professionalità coinvolte e capacità produttiva restino effettivamente a Catania e in Sicilia. Il sindacato chiede quindi di conoscere anche i criteri artistici e produttivi adottati per la costruzione del nuovo cartellone.

A proposito della Sala Futura,  “la SLC CGIL crede che non possa trasformarsi nello spazio riservato alle esperienze locali escluse dalla programmazione principale. Chiediamo quando sarà presentato il cartellone, quali artisti e compagnie saranno coinvolti, con quali criteri di selezione e quale rapporto sarà costruito con la programmazione del Teatro Verga”. L’obiettivo è evitare “un sistema a due velocità”, con il Verga destinato prevalentemente ai grandi nomi nazionali e internazionali e la Sala Futura alle professionalità del territorio.

“Internazionalizzazione non può dunque significare marginalizzazione del territorio”, prosegue  la SLC CGIL. Il progetto del nuovo “Teatro del Mediterraneo” viene considerato un’ambizione importante, ma serve chiarirne modello produttivo, missione e ricadute: quale ruolo avranno le professionalità catanesi e quale rapporto sarà sviluppato con gli altri soggetti teatrali della Sicilia?

Tra i punti da chiarire anche il peso delle collaborazioni con realtà come Gli Ipocriti e il Teatro Biondo di Palermo. Collaborazioni giudicate positivamente, a condizione che producano opportunità e crescita anche per il sistema teatrale catanese.

La SLC CGIL chiede inoltre trasparenza sul progetto DON Q con Baryshnikov, nato da un’idea di Bob Wilson; “informazioni ritenute  doverose e necessarie per garantire trasparenza sull’impiego delle risorse pubbliche”.

Un richiamo viene rivolto anche agli enti pubblici che partecipano alla vita e al finanziamento dello Stabile: Comune di Catania, Città Metropolitana e Regione Siciliana. Dopo l’avvio della nuova fase del CdA, e le dichiarazioni del sindaco Enrico Trantino sullo Stabile quale presidio culturale appartenente alla città, ai cittadini e alla Sicilia, per il sindacato “a queste parole devono corrispondere scelte concrete”.

“Il Teatro Stabile deve essere internazionale senza smettere di essere catanese, siciliano e pubblico. Deve essere un luogo nel quale artisti, tecnici e lavoratori dello spettacolo del territorio possano continuare a trovare spazio, lavoro, formazione e futuro. Il futuro dello Stabile riguarda tutta la città e riguarda anche il lavoro e il futuro della cultura siciliana”, concludono Squillaci e Caruso.

 

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